Io sto con Gioacchino Genchi

14 marzo 2009

Left – Intervista a Genchi – 13 marzo 2009

Filed under: WebNews — iostocongenchi @ 00:11

Adesso parlo io

di Pietro Orsatti

A Palermo fa freddo. Anzi, c’è il gelo. Non è solo un fatto climatico, anche se fino a pochi giorni fa nevicava alle porte della città, ma è la bomba virtuale esplosa sulla testa del procuratore capo Francesco Messineo cha ha fatto precipitare la temperatura di colpo. Un articolo pubblicato su Repubblica ha ufficialmente riaperto la stagione dei veleni su uno degli uffici più delicati d’Italia. «Il cognato del procuratore è un uomo d’onore», titolava venerdì 6 marzo il quotidiano. E oltre all’inverno prolungato di quest’anno, a gelare le anticamere della Procura è sopraggiunta la memoria della “stagione dei veleni”, quella delle talpe e delle lettere anonime, quella dell’isolamento di alcuni magistrati, fra cui Giovanni Falcone, fra la fine degli anni Ottanta e l’estate delle stragi del Novantadue. Ovvio, il Csm apre subito un’inchiesta. Ovvio, i sostituti e i collaboratori di Messineo esprimono la propria solidarietà al capo. Il ministro Alfano sembra voler inviare un’ispezione immediata al palazzo di Giustizia di Palermo. Poi ci ripensa, gli ispettori rimangono a Roma.

Si comincia a pensare se non a una bufala intera a una “mezza” bufala, a una polpetta avvelenata a cui qualche cronista forse ha abboccato. Certo che quel titolo rimane. La carriera del procuratore di Palermo, dal 6 marzo, probabilmente è segnata. Cosa è accaduto? Qualcuno ha fatto pervenire alla stampa l’informazione sul fatto che l’Arma dei carabinieri aveva intercettato due anni fa il cognato del procuratore capo, Sergio Maria Sacco, marito della sorella della moglie di Messineo, gettando sul parente l’ombra di concorso esterno a Cosa nostra. La vicenda era vecchia e archiviata, ma piove in forma di cronaca in questa gelida Palermo. Anche perché, si scopre dopo, Sacco non è stato neanche indagato per quella telefonata intercettata, e altre accuse dei decenni precedenti lo avevano visto assolto. Tutto a conoscenza anche del Csm da anni, appunto. Chi ha fatto la soffiata (che soffiata non è) alla stampa?
Mistero. Sono stati i carabinieri, o meglio i Ros, con cui comunque Messineo ha costruito un rapporto esclusivo tenendo fuori dal gioco grosso, a volte, le forze di polizia? Erano irritati che il loro primato sulle indagini a Palermo fosse messo in discussione dopo gli ultimi riassetti di nomine e promozioni in Procura? Oppure: la “gola profonda” va cercata nelle fila della polizia di Stato, nell’ottica dello scontro ormai sempre più palese fra le due forze? O ancora, si tratta di un’ulteriore offensiva da parte di chi ha già decapitato le procure di Catanzaro e Salerno, come raccontano gli stessi pm di Palermo in un comunicato? La vicenda Sacco è «molto datata, già nota al Csm e valutata come irrilevante in occasione della nomina di Messineo a procuratore» e «non ha mai prodotto all’interno dell’ufficio riserve o limiti di alcun genere, anche per il ritrovato entusiasmo nel lavoro di gruppo, nella tradizione dello storico pool antimafia, e per l’effettiva gestione collegiale dell’ufficio». E poi, sempre secondo i pm, la polpetta avvelenata viene servita in «coincidenza temporale col progredire di delicatissime indagini sulle relazioni esterne di Cosa nostra». Qualcuno disse, decenni fa, «si sente tintinnare di sciabole». A farne le spese, l’intero ambiente.

«Una volta per toglierci di mezzo ci ammazzavano – spiega un tagliente Roberto Scarpinato, storico pm del processo a Giulio Andreotti, a lato di un convegno – ora non ne hanno bisogno. Ci sono altri modi per ridurci al silenzio. Chissà, forse dovremmo esserne pure grati». Ci pensa un po’ su e chiede al suo collega Antonio Ingroia, sostituto procuratore, che gli siede accanto: «Come si chiamava quel ministro dei Lavori pubblici che diceva che dovevamo conviverci con la mafia?». Ingroia sorride: «Lunardi, credo fosse Lunardi». Conclude Scarpinato: «Ecco, sì, forse dovremo imparare a conviverci con la mafia».
A Palermo si gela. Fa freddo anche a piazza Principe di Camporeale cercando il sotterraneo sede dello studio di Gioacchino Genchi, che da investigatore della polizia, prima, e consulente in quasi tutte le principali inchieste “di punta” delle procure italiane, poi, è diventato, nel giro di poche settimane, il nemico numero uno della democrazia italiana. L’uomo che avrebbe confezionato dossier, secondo alcuni politici e la stampa nazionale, su milioni di italiani. «Ma quali milioni di utenze tracciate, erano poco più di settecento e riconducibili a poche decine di persone». Un po’ “gattone” del numero uno della Spectre e un po’ hacker da film cyberpunk. C’è da rabbrividire a cercare un incontro con un uomo del genere. Poi, l’immagine mediatica costruita attorno al personaggio comincia a mostrare le prime crepe. Sempre Repubblica, a firma Giuseppe D’Avanzo, ne fa un ritratto romanzesco, tanto fantasioso da trasformare un piano terra luminoso con tanto di vista su aranci carichi di frutti in un sotterraneo oscuro, tanto letterario da moltiplicare un computer con due schermi – anche un po’ vecchiotto visto che si “impalla” almeno una volta durante l’incontro – in cinque mega elaboratori sempre all’opera a macinare dati sugli italici vizi. Certo Genchi non è difficile incontrarlo, parlarci, prendere un appuntamento. Dal suo blog a facebook, dai convegni alle procure di mezza Italia, di contatti Genchi ne ha lasciati davvero tanti.

Passi la letteratura, si sorvoli sulla fiction, tolti i risvolti romanzeschi il personaggio rimane. Francesco Rutelli, presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi, non lo ha certo in simpatia e infatti dichiara: «L’acquisizione di dati che riguardano centinaia di migliaia di cittadini, il tracciamento per 20 mesi degli spostamenti del capo dei servizi segreti italiani (Nicolò Pollari, direttore del Sismi fino al 15 dicembre 2006, ndr), l’ottenimento dei tabulati del capo della investigazione contro la mafia, all’insaputa dello stesso pubblico ministero che conduceva le indagini, sono alcuni tra i principali elementi dirompenti che abbiamo accertato e che meritano una riflessione molto severa». E di sicuro Genchi rappresenta il nemico numero uno anche per i Ros, con cui si scontra periodicamente dai tempi in cui, commissario di pubblica sicurezza a Palermo, si occupò dell’attentato dell’Addaura (1989) a Giovanni Falcone. «Da subito ci furono dei sospetti – racconta -. Sospetti che si materializzarono nel 1992 al momento in cui fu riferito ai magistrati di Caltanissetta da un maresciallo dei carabinieri, artificiere, che il congegno esplosivo era stato consegnato a un funzionario di polizia che era presente sul posto. Immediatamente con La Barbera svolgemmo degli accertamenti che riguardavano questo funzionario di polizia che già era, per la verità, indicato per la sua amicizia con Contrada e altri rapporti sospetti a Palermo. Alla fine dell’accertamento ci accorgemmo che questi non avrebbe mai potuto ricevere l’ordigno perché al momento si trovava in tutt’altra sede. La bomba, invece, venne maldestramente fatta brillare impedendo di conseguenza di stabilire con chiarezza se si fosse trattato di un vero attentato fallito o di una intimidazione. Questo maresciallo dei carabinieri in questione è stato condannato per false dichiarazioni al pubblico ministero». Inizia qui, sugli scogli davanti alla casa di villeggiatura di Giovanni Falcone, un percorso umano e professionale che lo porterà, quasi vent’anni dopo, a Catanzaro, all’incontro con il pm Luigi De Magistris e all’inchiesta Why not, poi alla tempesta che ha travolto, finora, due procure e un buon numero di magistrati, investigatori e consulenti. E il consulente di spicco di quell’inchiesta è Gioacchino Genchi, l’uomo dei tabulati. Non delle intercettazioni, come in molti lo accusano, compreso Rutelli – inizialmente, poi si è corretto – ma delle analisi incrociate sulle utenze telefoniche degli indagati. Analista, non spione con cuffia intento a piazzare microspie. «Mai fatta un’intercettazione in vita mia. Anzi no, una l’ho fatta, quando mi sono ritrovato ad ascoltare per errore una conversazione fra mia moglie e sua madre. Mia moglie è slovena, non ho capito nulla».

Ma perché i Ros, con cui ha collaborato e collabora da anni, conducono indagini su di lui e sembrerebbero essere oggi i suoi principali accusatori? E perché proprio sulla vicenda Why not a cui collaborarono attivamente fornendo essi stessi intercettazioni, queste sì reali, alla Procura di Catanzaro? «Perché probabilmente si sono voluti pulire il coltello – cerca di spiegare Gioacchino Genchi – perché è dal 1989 che mi imbatto in porcherie fatte dal Ros. Io ritengo che abbiano voluto colpire me, ben oltre la funzione di consulente dell’autorità giudiziaria, per quello che rappresento e per quello che ho rappresentato, per quello che è stato il mio ruolo dentro la polizia di Stato». Perché Genchi è tutt’altro che uno sconosciuto spione che lavora nel buio di uno scantinato (che non c’è) ma uno degli investigatori di punta a Palermo all’inizio degli anni Novanta. «Io rappresento solo me stesso e il lavoro che faccio – spiega Genchi – e al limite quella grande massa di persone per bene, di magistrati, di agenti e funzionari di polizia, anche di ufficiali e sottoufficiali dei Ros dei carabinieri con cui lavoro da anni». È nell’anno delle stragi di mafia, il 1992, che Genchi, allora commissario, emerge come uomo fondamentale per la lotta a Cosa nostra e alle coperture che l’organizzazione criminale si era trovata all’interno delle pieghe dello Stato. «Le cose cruciali del 1992 nessuno le dice – racconta Genchi -. Tutti parlano di quello che è successo dopo le stragi, nessuno dice quello che è avvenuto prima. Nel Novantadue si assiste a due attacchi concentrici al sistema politico, uno viene dalle inchieste su Tangentopoli, dalla Procura di Milano e dalle altre autorità giudiziarie, l’altro da un presidente della Repubblica che inizia a “picconare” il sistema stesso che lo ha generato, Francesco Cossiga. Un presidente che giunto al limite del suo mandato inizia a togliersi tutti i sassolini che si trova nelle scarpe. Oggi si direbbe che ha fatto “outing”. Attaccato e messo perfino in stato di accusa e che è costretto a dimettersi. Costretto a dimettersi perché in quel momento in Italia c’è chi vuole accelerare, qualcuno che voleva prendere il controllo del Paese, magari strumentalizzando, cavalcandole anche, le iniziative dell’autorità giudiziaria. Cossiga viene fatto dimettere e la strage di Capaci avviene proprio nel momento in cui si sta votando a Camere riunite il nuovo presidente, interrompendo quello che è il corso che quel Parlamento, anche di inquisiti e tutto quello che vogliamo, si stava dando con la proposta di un altro ben diverso presidente della Repubblica». Genchi è uno dei protagonisti delle indagini e per la strage di via D’Amelio individua da subito le misteriose connessioni esistenti con un ufficio dei servizi posizionato all’interno di Castel Utveggio che, da Monte Pellegrino, sembra essere il punto di osservazione più efficace per dare il segnale al detonatore della bomba che uccise Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. «Non c’era altro luogo possibile, perché altrimenti si sarebbe dovuto pensare a un kamikaze. E così non è stato». Pochi mesi dopo, insieme al questore La Barbera, viene trasferito appena le indagini si avvicinano al nodo della presunta trattativa dello Stato con Cosa nostra, trattativa che oggi il figlio di Vito Ciancimino, Massimo che recentemente ha iniziato a collaborare con gli inquirenti, ha retrodatato nel periodo che intercorre fra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio. E indica l’allora capo dei Ros e già ex capo del Sisde, il generale dei carabinieri Mario Mori, come uno dei protagonisti di quella trattativa.

«Sarà un caso, ma dopo che sono stato invitato a “Matrix”, Mentana è stato costretto a dimettersi – osserva Genchi – e nella prima puntata dello stesso programma con un nuovo conduttore a essere intervistato è stato proprio Mori». Quindi il caso Englaro è stato solo una scusa? Certo che la coincidenza è inquietante. Nel mondo di Genchi, che questi lo voglia o meno, questo tipo di collegamenti sono routine quotidiana.
Come è routine incrociare la massoneria, vecchia e nuova, palese e no. «La massoneria oggi dobbiamo porla in una dimensione diversa da quella a cui siamo stati abituati – spiega -. Io mi sono occupato in numerosissime occasioni di indagini sulla massoneria. E sono arrivato a una conclusione. Per i ricordi che ho io tutti i soggetti a cui sono stati trovati paramenti massonici, i grembiulini tanto per intenderci, sono stati sempre prosciolti. Magari c’erano condotte riprovevoli dal punto di vista morale o politico, però di reati nemmeno l’ombra. Il vero problema è quando i grembiulini non si trovano. I cosiddetti affiliati all’orecchio. E i veri problemi non sono le singole logge, che poi tra l’altro sono sempre in lite fra di loro, ma emergono quando queste logge vengono aggregate, si auto aggregano, anche senza volerlo, per difendersi dalle indagini. Io ritengo che in questo De Magistris, e nel mio piccolo forse anch’io, ha avuto il primato di individuare delle logge, delle consorterie massoniche o para massoniche che poi possono chiamarsi Compagnia delle opere o Opus dei. Qualcuno quando pensa alla massoneria pensa solo ai compassi, a Gelli, alla massoneria laica. Non è solo così». E da qualche tempo è iniziata a circolare la voce, insistente, di nuove logge coperte. «Sì. Sono tutta una serie di aggregazioni e di sub aggregazioni che ormai utilizzano internet e non più le regole della tessera, del numero, del codice, e che usano un sistema di accordi trasversali – in particolare dopo la frantumazione dei partiti e delle ideologie – che partono dal mondo della politica per arrivare a quello della finanza passando e controllando totalmente il mondo dell’informazione. In una situazione di questo genere, specie se questi soggetti apparentemente disgiunti vengono attaccati contemporaneamente, è chiaro che si uniscano. Infatti, l’unisono anche parlamentare degli attacchi che si sono avuti all’attività di De Magistris, e anche alla mia, con una mistificazione di numeri e nomi senza eguali, lascia di stucco perfino molti parlamentari».
A piazza Principe di Camporeale, appena usciti dallo studio di Gioacchino Genchi, fa ancora più freddo. Lo scontro in atto fra vari apparati dello Stato assume volti e sfumature ancora più inquietanti, e la sensazione di rivivere qualcosa di irrisolto, e forse di irrisolvibile, frutto della natura stessa di questo Paese, si fa pressante. Mentre le prime smentite sul caso Messineo non riescono a spazzare via la tempesta, rileggendo la cronaca dell’ultimo anno e mezzo, a partire dai primi lampi su Why not, disegnano un quadro di fine epoca. Come se si assistesse al dibattersi degli ultimi dinosauri travolti da una nuova era glaciale.

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