Io sto con Gioacchino Genchi

3 aprile 2009

Il lavoro di Gioacchino Genchi – 2

Filed under: Gioacchino Genchi — iostocongenchi @ 17:47

L’onore patriarcale restituito. Francesco Macrì condannato a 30 anni per avere ucciso lo zio e dilaniato il volto della sorella della madre

di Emilio Grimaldi

La Corte d’Assise di Locri ha condannato lo scorso 27 marzo Francesco Macrì di Bovalino a 30 anni di carcere per aver ucciso lo zio, Rocco Valente, e per aver tentato di uccidere la zia, Antonia Macrì il 14 maggio 2002. Il movente di tale fatto di sangue è stato l’onore da restituire alla sua famiglia. Quello del sospetto di una sua relazione amorosa con la cugina, Teresa Valente, figlia di Rocco e Antonia, 9 anni più grande di lui, divorziata e già madre di due bambini. Ci aveva già provato il padre, Alfredo Macrì, a preservare la rispettabilità del suo nucleo familiare sgozzando la ragazza, che si è salvata per miracolo, e tentando di uccidere il cognato due anni prima. “Non volevo ammazzare nessuno – ha dichiarato al magistrato – volevo solo chiarire questa situazione. Che questi ragazzi era ora che la finissero di frequentarsi”. Il figlio, invece, ha fatto di più. Ha lavato la macchia della famiglia una volta per sempre, superando gli insegnamenti del padre, e dimostrando anche che lo stesso, a differenza dello zio che “non riusciva a governare la figlia Teresa”, è veramente un buon padre. Il pm, Ilaria Auricchio, nel corso della requisitoria contro l’imputato ha definito Alfredo Macrì: “il principale autore del presente omicidio, giuridicamente l’istigatore dello stesso, ma mi piace ora chiamarlo il responsabile morale dell’omicidio”.
Talis pater, talis filius. La famiglia, il valore della famiglia, l’onore della famiglia, sacrificata sull’altare dell’ignoranza. Una morale non molto lontana da una mentalità più comune fra le bestie che tra gli uomini. “Il padre dell’imputato – ha continuato il pm – coltivava una smodata disapprovazione, un enorme risentimento per quella che riteneva una grave mancanza del Valente (non era invero la prima, dal suo punto di vista): il cognato, infatti, non ‘governando’ adeguatamente la figlia (volutamente uso dei termini che si addicono più ad animali, perché la mentalità in questione, sembra davvero presupporre un rapporto di dominio sui figli che più si addice agli animali) si era rivelato ancora una volta incapace, non solo di rappresentare, ma anche di preservare e di tutelare, di fronte alla considerazione dei terzi, l’onorabilità familiare”.
Un processo, questo a carico di Francesco Macrì, solo “indiziario”, ma non per questo “di inferiore dignità degli altri”, ha evidenziato ancora il pubblico ministero. La verità, in questi tipi di processi, non appare in modo folgorante, ma guardando bene nelle pieghe del materiale documentale la Corte non ha avuto dubbi sui numerosissimi indizi di responsabilità a carico dell’imputato, verso il quale non era stata avanzata nemmeno una misura cautelare, prima del dibattito in tribunale. L’assassino, secondo la testimonianza della sopravvissuta all’agguato, Antonia Macrì, era con il fucile in mano, ed era vestito “tutto di nero”, cioè aveva addosso un passamontagna e gli occhiali scuri. Era magro e alto un “po’ più del normale”. Ed erano state rinvenute anche delle impronte di un paio scarpe da ginnastica con il numero 43. Tutti indizi che riconducevano a lui, considerato il movente, pur nella sua complessità. Ma Francesco aveva un alibi. Era al bar. Anzi in due bar. Tutti e due vicini. Prima si era recato in uno e poi in un altro. Le testimonianze della difesa ricordavano in modo troppo puntuale l’ora del tentato duplice omicidio, dalle 14 e 30 alle 15 e 30, da lasciare agli investigatori più di qualche sospetto. Un alibi smontato grazie alla contraddittorietà di alcuni testi, evidenziata dal pm, e alla prova incontrovertibile dei dati di traffico, analizzati dal consulente Gioacchino Genchi, dei cellulari dell’imputato, del fratello, Cosimo, e dell’amico, Antonio Giuseppe Marzano, con cui sarebbe dovuto essere in compagnia lo stesso Francesco Macrì. Una triangolazione di grafici che hanno inchiodato il figlio di Alfredo Macrì, presente sul luogo del delitto. Ricordi, comunque, quelli dei testimoni non del tutto falsi. Francesco Macrì si è recato realmente nei bar. Ma, come ha requisito il magistrato, “con le lancette dei ricordi spostate all’indietro di qualche ora”. Una tempistica compatibilissima, quindi, con il luogo del delitto, poco lontano, e la macelleria, dove vi si è recato solo alle 16 e 40 per aprirla al pubblico. Un alibi costruito ad hoc. Un tentativo “eterodirezionale” per far perdere il filo alla pista investigativa, così come rilevato da Genchi. Tuttavia la ricerca della Giustizia non si è fatta ingannare, smascherandolo miseramente. E non è escluso il fatto che dietro l’azione di Francesco Macrì si possa nascondere anche la complicità di altre persone, compreso il fratello. A parte la responsabilità morale, in capo allo stesso padre-patriarca.

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