Io sto con Gioacchino Genchi

22 aprile 2009

Neutralizzazione del teorema incolpativo

Filed under: WebNews — iostocongenchi @ 07:51

di Antonino Monteleone

Con questa frase molto eloquente il Tribunale del riesame di Roma spiega che Gioacchino Genchi non ha violato nessuna legge nell’esercizio delle sue funzioni. Di certo non poteva scrivere che ha semplicemente urtato la sensibilità di quei politici un po’ troppo a braccetto con certi imprenditori e di quei magistrati che, avendone due – di braccetti, – tengono molto sia agli uni che agli altri.

Analizzando le motivazioni integrali con le quali  i Giudici Francesco Taurisano, Anna Criscuolo e Luca Della Casa, hanno annullato i provvedimenti di sequestro dei server e dei dati acquisiti da Gioacchino Genchi, si comprende meglio l’azzardo tentato dalla Procura di Roma su evidente spinta “politica”.

Un’anteprima volontaria della imminente riforma dell’ordinamento giudiziario che vuole l’azione penale sottoposta alla spinta del Governo. Ma in una versione, se possibile, peggiore nella misura in cui a sollecitare l’azione penale non è il Governo, bensì il “potere politico” inteso in senso ampio. Come volontà di tutto l’arco costituzionale, ovvero di tutto tranne l’Italia dei Valori (fatti salvi alcuni carneadi), intenzionato a distruggere Luigi De Magistris e le sue inchieste. Dunque i suoi collaboratori. Fino ad arrivare a Gioacchino Genchi.

Bisogna trovare qualcosa per incastrarlo. Scavare. Attivare tutti i canali possibili.

Guardano nel suo curriculum professionale. Risultato, nulla.
Cercano nel suo passato. Risultato, nulla.
Un parente, un familiare che si fosse mai messo le dita nel naso in pubblico. Risultato, nulla.

Non avendo nulla da raccontare si è passati alle invenzioni. Intanto certi giornali, nei giorni a cavallo tra gennaio e febbraio scorsi, lo davano già per indagato. Qualcosa non va.

Nel frattempo, Stefano Crociata, direttore centrale dell’Agenzia delle Entrate e stretto parente di Monsignor Mariano Crociata, segretario della CEI, si mette a lavoro e redige, di suo pugno, una corposa relazione che inoltra alla Procura di Roma lo scorso 5 marzo.

Dieci capitoli con i quali si fantastica circa l’uso che Genchi ha fatto delle credenziali di accesso all’anagrafe tributaria fornite dal Comune di Mazara del Vallo nell’ambito delle indagini sul rapimento di Denise Pipitone.

In quella informativa la cosa più grave commessa da Genchi sarebbe l’acquisizione – comunque legittima – di oltre 2600 tabulati avvenuta “con particolare frequenza durante la stagione estiva” (sic!). Si fosse preso un po’ di ferie, questo Genchi, si sarebbe risparmiato un po’ di grane.

La Procura fa proprie quelle accuse considerando la sussistenza di “gravi indizi dei reati per avere l’indagato, pur avendo titolo per accedere al sistema, agito per finalità diverse da quelle consentite“. E quali sarebbero le finalità “diverse” e, dunque, “non consentite”?

Se le sono scordate. Ce le avevano sulla punta della lingua e poi si son perse. A meno che il problema non fosse che “acquisendo, elaborando e trattando dati(ovvero facendo il suo lavoro!) Genchi avesse scoperto cose che non avrebbe dovuto. Dunque andava fermato.

Veniamo alle accuse più note. Anche in questo caso il Riesame boccia la Procura di Roma.

Non ha violato le guarentigie dei parlamentari“. Né ha messo in “pericolo la sicurezza dello Stato” quando ha acquisito i tabulati di alcuni uomini dei servizi di sicurezza che parlavano al telefono, senza che nessuno abbia chiesto loro perché, con Saladino, Pittelli, Minniti, etc.

Non ha messo in pericolo nessuno semplicemente perché non esistela norma di legge o di regolamento” che vieta di acquisire, nell’ambito di una legittima inchiesta, i loro tabulati.

Gioacchino Genchi non poteva sapere che l’ex Ministro dell’Interno, all’epoca di Why Not Senatore della Repubblica, ed attuale Presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu, utilizzasse un cellulare intestato ad un’avvocatessa di Roma di nome Stefania Ilari.

Quando si apre l’indagine Why Not, l’unico soggetto sottoposto ad indagini è Tonino Saladino. Per verificare le dichiarazioni della super teste, Caterina Merante, senza bisogno di intercettare nessuno, Luigi De Magistris dispone l’acquisizione dei dati di traffico di tutte quelle persone che gravitavano (e gravitano tuttora) nell’orbita di Saladino.

Dunque uno dei passaggi più abusati negli atti che abbiamo letto nei mesi scorsi, ovvero che Genchi “elaborava e trattava illecitamente i tabulati telefonici relativi ad utenze in uso a numerosi parlamentari” va corretto e riscritto: Genchi “elaborava e trattava i tabulati telefonici relativi a numerose utenze intestate a pochi parlamentari e da essi distribuite ai loro scagnozzi” che con la scusa della immunità pensavano di poter diventare provider telefonici paralleli.

E l’ineffabile ROS dei Carabinieri (fatto di veri servitori dello Stato, ma dove alcuni soggetti ne minano la reputazione in seno all’opionione pubblica), nell’ennesima testimonianza di precisione ed accuratezza, si “dimentica” di trascrivere nella propria informativa – chissà come mai – come, quando e perché il nome di Sandro Gozi finisce sotto la lente di ingrandimento del PM De Magistris.

Nell’aprile del 2007 Genchi chiede a De Magistris di valutare l’opportunità di controllare il tabulato di un braccio destro di Prodi in rapporti con Saladino. Gozi, appunto. Gozi era Deputato, Genchi non lo sapeva. Né poteva saperlo. Infatti usava una SIM attivata in Belgio.

I numeri di cellulare di Gozi spariscono dall’informativa del ROS.

Vicenda Mastella. A Luglio si valuta l’opportunità di acquisire il tabulato di un’utenza intestata al Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Quel numero riceveva il 24 giugno 2006 una telefonata ed il 12 e 13 settembre 2006 un sms dal cellulare di chi? Ma di Tonino Saladino. Che chiamava il suo amicone “Clemé. Meglio noto come Clemente Mastella. Fu Guardasigilli.

Come Mastella, Saladino sentiva spesso Agazio Loiero, Governatore della Calabria, che ricevette nel 2005 appoggio elettorale proprio da Saladino. In quel caso la posizione di Loiero non beneficiava di alcuna prerogativa che ammantasse di segretezza le sue utenze.
E poi c’è la SIM intestata a Mazzoran Gianni di Monastier di Treviso. Chi poteva dire a Genchi e De Magistris che quel numero, intestato ad uno sconosciuto veneto, spesso in contatto con Saladino fosse dell’ex Vice Ministro agli Interni Domenico Minniti, meglio conosciuto come Marco Minniti?

Il numero di Prodi. Nella rubrica di due diversi cellulari di Saladino, alla voce “Romano Prodi Cell“, compariva un numero di telefono intestato alla Delta S.p.A.

Dunque “le attività di acquisizione, di elaborazione e di trattamento dei dati compiute da Genchi non possono definirsi illecite“.

Secondo il riesame le accuse di Andrea De Gasperis, Achille Toro e Nello Rossi, sono costruite “in termini di evidente genericità e indeterminatezza” mancando di “definire la specificità e la concretezza della violazione addebitabile al consulente tecnico“.

Il Tribunale non può che registrare la neutralizzazione del teorema incolpativo come prospettato dall’accusa.

Per il momento sappiamo solo che la Procura di Roma, violando l’ordinanza, trattiene ancora i dati sequestrati a Genchi e si sta organizzando per ricorrere in Cassazione.

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